In favore della narrazione fantastica (davvero)

Un paio di settimane fa, mentre andavo a portare i Curricula da una parte all’altra della provincia (è un’esagerazione in modo molto minore a quello che vorrei, questa), ho dovuto staccare Spotify perché la batteria del mio morente telefono stava morendo anch’essa. Così ho acceso la radio e ho messo su Radio3 e ho beccato l’intervista ad un ragazzo che parlava di “Un Piccolo Odio”, l’ultimo libro di Joe Abercrombie. Ora dovete perdonarmi ma non mi ricordo il nome del ragazzo nell’intervista ma mi pare fosse il traduttore del romanzo.
Comunque, il succo dell’intervista è che “Il Piccolo Odio” di Abercrombie è un ottimo fantasy perché è un low fantasy.
Ora, per gli italiani che odiano i termini inglesi (ne conosco a frotte) è bene fare una breve opera di disambiguazione: esistono, in lingua inglese, tre tipi di fantasy: low fantasy (opere fantastiche con un -relativamente- basso contenuto di magia e artifici simili), high fantasy (opere fantastiche in cui le differenze con la realtà si fanno numerose. Oltre alla magia ci sono razze diverse che popolano il globo: “Il Signore degli Anelli”, nonostante sia un’opera di epica negli intenti, ne è l’esemplare più famoso) e poi la “weird-fiction”. La maggioranza delle weird fiction risponde a canoni ben precisi che non verranno snocciolati qui, ma in un certo senso è anch’esso un sottogenere del fantasy (più o meno come il noir è un sottogenere del romanzo investigativo). Tutti e tre questi generi che le popolazioni anglofone categorizzano in maniera così specifica, in italiano vanno nella loro interezza sotto l’etichetta di “narrativa di fantasia”, a discapito del pregiudizio su quanto sia fumosa la lingua inglese nei confronti di quella italiana.
Ora, sulle ragioni filologiche di questa non specificità nell’ambito della classificazione italiana c’è un articolo MAGISTRALE il cui ingiusto ed insufficiente riassunto è che a coloro che si autocelebrano come gli Scrittori Italiani il componimento di fantasia non piace ed è visto come semplice, poco impegnato, minore o d’evasione.
Ritornando al discorso di prima e ci tengo a sottolinearlo, SENZA NULLA TOGLIERE AL LOW FANTASY, per quale motivo un fantasy deve essere visto come di qualità quando riduce al minimo il contenuto fantastico del quale si fa opera?
Perché invece non può essere un fantasy talmente allucinato da rendere la realtà al di fuori del libro irriconoscibile?
Volete un esempio di narrazione high fantasy (ma veramente high *occhiolino a chi mastica un po’ di inglese*) in cui i legami con la realtà vengono metodicamente recisi e derisi che sia anche DI GRANDISSIMO SUCCESSO?
Rick & Morty.
Rick e Morty, i due protagonisti indiscussi, fanno avanti e indietro da TUTTE le dimensioni (che sono infinite), fino ad una puntata magistrale in cui attraversano sempre la stessa scena -due individui che ordinano la pizza- ma ogni volta diversa: due telefoni che ordinano umani con pizza, due pizze che parlano a degli umani accostati all’orecchio ordinando dei telefoni (da mangiare) in una escalation verso l’assurdo in cui la “realtà” come concetto non ha più alcun senso.
Certo, Rick -uno scienziato pazzo- è depresso perché di fronte all’immensità di infiniti universi con infinite copie di noi non possiamo che comprendere l’imbarazzante desolazione che la nostra esistenza rappresenta, e l’obiettivo della serie sembra essere (non è ancora conclusa) renderci partecipi tra una risata amara e l’altra dell’incredibile non-senso che l’esistenza di ognuno di noi rappresenterebbe qualora la teoria degli universi paralleli fosse data per vera.
Per quanto sia fantascienza in senso stretto Rick non è altro che un visitatore di mondi, questi sì, totalmente fantastici (in un episodio Rick e Morty visitano persino un universo fantasy ispirato ai giochi di ruolo di Gary Gygax), come il lettore che si trova a visitare ogni volta mondi totalmente inventati dalla penna di uno scrittore.
E allora perché, se ogni puntata -circa- di Rick e Morty ha i suoi spunti di riflessione, non possiamo celebrare un romanzo totalmente staccato dalla realtà? Perché, se la fantascienza è tanto più celebrata quanto più sfrenate sono le sue invenzioni, non può essere lo stesso con il fantasy?
Il Signore degli Anelli è forse il componimento fantastico più importante del secolo scorso e nessuno si è sognato di fare seriamente delle domande all’autore. George R.R. Martin ci ha pure provato, chiedendo all’aria su quale modello economico si basasse il pagamento di tributi del regno di Aragorn e poi sorridendo perché sapeva benissimo che Il Signore degli Anelli parla d’altro: di come l’egoismo porti sempre al male, di quanto sia importante perseguire il bene e tutta un’altra serie di menate che però FUNZIONANO.
Il Signore degli Anelli non fa altro che ricalcare il topos letterario del viaggio (tipo “Cuore di Tenebra” di Conrad, sì) mettendo lungo la strana una serie di stramberie una più estrema dell’altra, da un popolo che costruisce piattaforme sugli alberi a gente che cavalca elefanti grossi come palazzi, Spettri capaci di infliggere maledizioni che non si capisce bene cosa siano, uno Stregone che va e viene e non si capisce bene in cosa consista la sua magia, aquile giganti, mantelli dell’invisibilità e via dicendo. E attraverso questo viaggio gli Hobbit, che potrebbero benisimo assurgersi a simbolo di una certa fetta di popolazione abitudinaria e circostanzialmente depressa, diventano eroi al pari di quelli delle leggende, finalmente capaci di combattere per un’ideale in cui credono.
Di questo e di altre cose parla il Signore degli Anelli, una delle opere di finzione più grandiose del secolo scorso, eppure deve essere derubricato a storiella perché ha avuto il coraggio di spingere davvero sulla componente fantastica.

Non sarebbe ora di sdoganare invece una narrazione folle, totalmente staccata dalla realtà ma che alla luce della realtà sia interpretabile? Il bello di poterti inventare qualsiasi cosa è che conta davvero soltanto il messaggio che vuoi veicolare, non il contesto. Quale sia il potere effettivo dell’Unico Anello non è dato saperlo all’interno della trilogia, eppure anche solo la sua esistenza corrompe la mente dei protagonisti dei libri. L’Unico Anello è, in fin dei conti, il MacGuffin più clamoroso della storia della narrativa contemporanea nel suo essere potentissimo ma non si sa come.

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