Undone, Frozen e I’m not okay with this: un’analisi della malattia mentale sullo schermo

Che cos’hanno in comune una giovane donna con il padre morto, una principessa di un regno molto a Nord e un’adolescente (anch’essa senza padre) alle prese con l’arrivo in una nuova scuola?
Tutte e tre hanno dei poteri, e tutti e tre i poteri (SPOILER) sono la metafora di una malattia mentale. Andiamo con ordine.

Undone è una serie del 2019 per Amazon Prime Video, scritta da Raphael Bob-Waksberg (sì, lo stesso di Bojack Horseman) e Kate Purdy.
La protagonista è Alma (Rosa Salazar) che dopo essere scampata ad un incidente d’auto scopre di poter manipolare il tempo. La guida alla scoperta di questo nuovo potere sarà suo padre (Bob Hodenkirk), defunto in un incidente d’auto. Durante le dieci puntate seguiamo Alma nel labirinto del tempo. La vediamo mollare il ragazzo con cui convive e litigare con sua sorella e sua madre. In breve, la vediamo allontanare tutti coloro che le stanno accanto in nome di un bene superiore, il suo potere di viaggiare attraverso il tempo, e la scoperta della verità sulla morte di suo padre. Come in ogni viaggio dell’eroe che si rispetti tutto sale fino ad un climax, raggiunto chiaramente nell’ultima puntata. Lo spazio dell’azione si restringe geograficamente ad una pianura davanti ad una grotta, stavolta senza più salti temporali avanti ed indietro, e metaforicamente ancora di più, in una lotta di Alma contro Alma stessa, in cui una soltanto delle due è convinta di avere i poteri che ha utilizzato durante l’arco delle dieci puntate.
Il vero climax, a pochissimi minuti dai titoli di coda definitivi, risolve finalmente il conflitto senza però lasciare lo spazio alla narrazione dell’equilibrio ritrovato. In questa condizione di instabilità mi sono ritrovato a guardare, completamente svuotato, i titoli di coda apparire tranquilli sullo schermo mentre un intero universo (quello di Alma) è nato e andato perduto per sempre.

ATTENZIONE SPOILER: SE SIETE SENSIBILI AGLI SPOILER SALTATE IL PROSSIMO PARAGRAFO E RICOMINCIATE A LEGGERE DOPO LA PROSSIMA INTERRUZIONE

Questa, delle tre, è l’opera meno metaforica, nel senso che non lo è affatto. Alma è davvero malata e i suoi poteri sono soltanto frutto della sua fantasia allucinata. Il riavvicinamento con la sorella, che decide di assecondare la protagonista, è un punto di sollievo di Alma E dello spettatore, che finalmente vede un aiutante in una figura che fino a pochi minuti prima era ostile. Al tempo stesso questo avvicinamento è necessario alla guarigione di Alma perché trasporta il conflitto su di un piano prettamente interiore: da Alma, l’eroina del Tempo, contro il resto del mondo che non le crede, ad Alma, l’eroina del Tempo, contro Alma, la giovane donna che soffre di schizofrenia.
La sensazione di instabilità che percepiamo dopo la scena della grotta (un riferimento a Platone, forse?) è dovuta al fatto che ci siamo abituati a vedere la protagonista come lei vede sé stessa e quanto Alma scopre di essere qualcuno di diverso noi ci sentiamo traditi e privi di punti di riferimento esattamente come si sentirebbe una persona affetta da schizofrenia nella stessa situaizione.

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Fronzen, invece, è un film Disney del 2013 che racconta della futura erede al trono del Regno di Arendell. Ora, davvero la malattia mentale è stata infilata dentro un film per bambini?
Sì.
Ne è un esempio proprio la gestione del potere di Elsa: fintanto che lei si impegna a negarlo e a nasconderlo il potere esce a suo piacimento come esplosioni incontrollate (ed incontrollabili) al punto da far precipitare un inverno eterno sull’intera regione.
In Frozen Elsa deve allontanare tutti, persino la sorella con cui aveva un legame emotivo molto forte, pur di nascondere il suo potere. Quando poi questo viene inevitabilmente a galla esplodendo e coinvolgendo tutto il regno, Elsa decide di trasformare la solitudine da condanna a liberazione: si rifugia su di un eremo dove può finalmente dare libero sfogo ai suoi poteri, tanto da cristallizzare l’umidità nell’aria per farne un enorme (e bellissimo) castello di ghiaccio.
La liberazione dalla stigmate di “mostro” (o malata, nel normale gergo del 2020) avviene proprio quanto Elsa decide di venire a patti con la sua natura e di auto-reintrodursi nella societa (scendendo dalla montagna e andando al fiordo) per cercare di salvare sua sorella.
Sappiamo poi dalle ultime scene (e dall’intero secondo film) che Elsa ritroverà una vita “normale” (quanto può essere normale la vita di una regina con superpoteri) proprio smettendo di nasconderli e, per esempio, mantenendo in vita Olaf il pupazzo di neve, che sarà finalmente in grado di vedere l’estate, quindi utilizzando la sua malattia a vantaggio di chi la circonda.

“I’m not okay with this” è una serie Netflix del 2020 che racconta di Sydney Novak, un’adolescente che se fossimo nel 2010 avremmo definito “dark”, che inizia a frequentare una nuova scuola.
Ora, tralasciando il fatto che la prima puntata si apre con Sydney (di cui ancora non sappiamo il nome) con un abito “da ballo della scuola” e ricoperta di sangue (Carrie, anyone?) e che scopriamo nella prima puntata avere poteri di psicocinesi (CARRIE, ANYONE?), e che quindi potremmo già, in via ipotetica, sapere come questo andrà a finire, non sono le cose che la serie ci butta sotto gli occhi ad essere interessanti. Non sono la sessualità incerta degli adolescenti (guardatevi “Sex Education”, fatevi un favore. La seconda stagione è ORO), l’ostracizzazione del diverso (Syd prova innegabilmente attrazione verso la sua migliore amica), i disagi della povertà (la madre di Syd lavora 60 ore a settimana), ma sono ancora una volta i movimenti della protagonista che scopre di avere dei superpoteri. Anche qui assistiamo al viaggio dell’eroe con addirittura delle figure gregarie da manuale (Stan, l’aiutante), il piano dell’eroe e la caduta che costringono l’eroe a rivedere il suo sistema di valori. Anche qui assistiamo ad un momento di disvelamento finale (la nona o decima puntata) che rende esplicita la natura metaforica del potere di Syd e le dà la forza di affrontare il mondo con questo pesante fardello.
La stagione si chiude con un finale estremamente aperto, lasciando sperare che riusciremo ad avere una seconda stagione.

ATTENZIONE SPOILER: SE SIETE SENSIBILI AGLI SPOILER SALTATE IL PROSSIMO PARAGRAFO E RICOMINCIATE A LEGGERE DOPO LA PROSSIMA INTERRUZIONE

Ci sono delle scene in cui questa metafora si fa particolarmente forte, come quella in cui Stan scopre i poteri di Syd che, urlando, rade al suolo cinque abeti.
“Erano già così prima che arrivassi.”
“Ti ho vista.”
E dietro alla laconicissima affermazione di Stan che possono nascondersi infiniti significati, tantopiù che la natura di ciò che Stan ha visto viene specificata soltanto nelle scene seguenti, dopo un salto temporale lungo una notte che esprime quasi la volontà di decontestualizzare lo scombio di battute come se Stan avesse colto Syd mentre si lasciava andare ad un comportamento autolesionista di qualsiasi natura.
Anche in questa serie Syd allontana tutti coloro che la amano, anche se con meno sicurezza della protagonista di Undone, ma se Alma lo fa per poter perseguire il suo scopo (cioè scoprire la verità su suo padre), Syd li allontana perché finirebbe col far loro del male, facendo loro del male anche solo con il fatto di allontanarli.
Quando Syd scopre di avere la stessa “cosa” che ha portato suo padre al suicidio (COSA DEVE FARE UNA METAFORA PER ESSERE RICONOSCIUTA, AGITARE UN CARTELLO MENTRE SVENTOLA LE SUE NUDITA’?) si sente meno sola e viene a patti con la malattia, decidendo che può provare a vivere tranquillamente, fino alla puntata finale in cui scopriamo che Syd non può vivere una vita normale perché la sua “cosa” non è controllabile, e verrà a galla a piacimento rovinando immancabilmente ogni cosa.
Nell’ultima scena, infine, l’oscuro figuro del quale Syd scopre l’esistenza (e che sembra essere la stessa persona che perseguitava suo padre) si erge non più a persecutore ma a maestro ultimo, il cui compito è quello di svelare le potenzialità del potere di Syd.

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Ora, avendo preso in esame queste tre opere possiamo sicuramente trovare altri punti di contatto e capire quali comportamenti hanno portato ad un peggioramento della condizione dei personaggi. Spingendoci ancora più in là potremmo forse arrivare ad elaborare un breviario del giovane depresso in cui elencare ciò che va fatto e ciò che andrebbe evitato, ma no. Io non sono uno psicoterapeuta né uno psicologo né uno psichiatra. È doloroso, per me, dover specificare che se sospettate di soffrire di depressione la cosa migliore che potete fare è rivolgervi ad un professionista ma di questi tempi non si sa mai.

Il moltiplicarsi invece di prodotti pop che parlano di malattia mentale mi fa invece pensare: BoJack Horseman, Rick & Morty, Undone, I’m Not Okay With This, The End of The F*****g World, Babadook, Inside Out, Frozen e ora anche Joker stanno sdoganando un modo di parlare delle malattie mentali che finalmente non ostracizza il malato né ne edulcora le problematiche derivanti dall’avere una malattia mentale (Forrest Gump sto guardando te). Il messaggio che tutti questi prodotti sembrano dare, alla fine (ad eccezione di BoJack, ma sono appena arrivato alla fine della quarta stagione, quando l’avrò finito probabilmente ne parlerò) è che la malattia mentale è una merda ma se se ne ha la volontà si può affrontare in una battaglia che durerà tutta la vita (è una merda, ricordate?) ma che, alla fine, ci vedrà vincitori.

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