L’insostenibile pesantezza dell’essere un cavallo - Analisi a freddo dell’ultima stagione di BoJack Horseman
Come detto in un precedente articolo, BoJack Horseman parla di depressione. BoJack stesso è inequivocabilmente depresso. Gli autori ci fanno capire durante tutte le sei stagioni che non è TOTALMENTE colpa sua, se è diventato ciò che è. “Horsin’ Around”, la famosa sitcom che viene menzionata anche nei titoli di testa ha placato, finché è durata, la sete di approvazione di BoJack, approvazione che non è mai provenuta dai suoi genitori e che il protagonista ha cercato ininterrottamente durante tutta la sua vita, come ci viene fatto vedere durante tutto il primo episodio (“A Horse Walks into a Bar”). Come molte altre volte (il ruolo da protagonista in “Secretariat”, il percorso fino agli Oscar, “Philbert”) BoJack inizia la sua riabilitazione, stavolta da quello che è stato il fantasma (o la scimmia sulla spalla) che lo ha accompagnato per tutta la sua vita, quello dell’abuso di sostanze, ma la riabilitazione intrapresa da BoJack è soprattutto una riabilitazione di sé ai propri occhi, una ricerca di assoluzione per aver -accidentalmente ma neanche troppo- causato la morte di Sarah Lynn, uno dei personaggi che ha sempre provato affetto per lui a prescindere da tutto.
La clinica Pastiches è l’ennesimo limbo, così come lo è stato il New Mexico e così come lo è stato il periodo di “Horsin’ Around”, un non-luogo metaforico in cui il tempo trascorre senza trascorrere e le giornate passano una dopo l’altra con pigra e rassicurante monotonia. Anche qui BoJack riesce, tramite l’impegno che mette nella rehab, a guadagnarsi la prudente stima di chi lo circonda anche se assistiamo all’emergere sporadico dei tratti più distruttivi della sua personalità, come la scenata durante l’arte-terapia o la storyline di Jameson -che è anche una marca di whisky, viene da chiedersi se sia stata una scelta casuale-. La corrispondenza stretta tra l’impegno messo nella terapia ed i progressi fatti convince BoJack a non abbandonare la clinica Pastiches fino a quando non commette l’ennesimo disastro facendo ripiombare nell’alcolismo il suo terapista. Una volta completata la metamorfosi tra il vecchio BoJack e la nuova, migliore, alternativa di sé stesso (esplicitata anche attraverso l’abbandono del vestiario iconico), BoJack si trova ad affrontare il resto del mondo che, nel frattempo, è andato avanti. Diane ha una vita a Chicago, Todd ha un lavoro stabile da Princess Carolyn.
Così BoJack inizia più o meno a vagare, cercando di saldare i debiti contratti con chi gli sta accanto. È in questo modo che mette Todd in contatto con la sua futura partner consentendogli di effettuare un verso e proprio salto in avanti nella sua vita. Qui, però, siamo alla stagione finale e non per volere degli autori (nonostante in una intervista Raphael Bob-Waksberg abbia detto che aveva già scritto da tempo l’ultima stagione), ma per decisione di produzione. Tutti i nodi devono necessariamente venire al pettine, anche quelli di cui ci eravamo dimenticati. Dei giornalisti iniziano ad indagare sulla vita di BoJack in cerca di uno scoop e troveranno sia il suo torbido passato in New Mexico (in quella che forse è la puntata più devastante di tutte le sei stagioni), sia dell’ultima disperata vicenda di Sarah Lynn. La storia dei giornalisti arriva sul mid-season finale (“A Quick One, While’s Away”, molto più evocativo dell’italiano “In Cerca di Scoop”) a snocciolare tutte le ferite che BoJack ha creato dal momento in cui lo conosciamo sia fungendo da cliff-hanger per la seconda metà della stagione sia da chiave di lettura: qualsiasi cosa noi facciamo, prima o poi la realtà verrà a chiederci il conto.
Anche BoJack deve imparare questa lezione nella puntata immediatamente seguente in cui gli viene chiesto di fare i conti con il suo passato. “Io sono cambiato” dice a mo’ di scusa, quasi spasmodicamente ed in preda ad un attacco di panico. Assistiamo all’ennesimo stand-off, con Diane e Princess Carolyn a dar voce alla coscienza di BoJack, dove Diane propone la scelta più difficile: affrontare di petto la situazione, distruggendosi per poi rinascere, stavolta davvero “nuovi” e puliti; mentre Princess Carolyn suggerisce di annacquare tutto e nasconderlo sotto al tappeto fino a che non sarà passato. Alla fine della puntata BoJack decide di attuare proprio la seconda strategia, esattamente come aveva fatto dopo la morte di Sarah Lynn fuggendo da L.A. rifugiandosi nella residenza degli Sugarman per otto mesi. Ricominciano le puntate dopo tre mesi di stop e già BoJack ci sferra un pugno nello stomaco.
BoJack decide su consiglio di Princess Carolyn di rilasciare un’intervista che lo metta in buona luce, sostanzialmente riuscendoci, ma ecco ricomparire i giornalisti de “In Cerca di Scoop” che convincono la conduttrice a re-intervistarlo. Può BoJack sottrarsi al palcoscenico, una volta che questo lo ha consegnato alle grazie di tutti? No, decretando la sua rovinosa caduta finale. La seconda intervista lo dipinge come un manipolatore che gode nell’approfittarsi dell’innocenza altrui, consegnandolo all’odio di tutta Hollywoo. Quando prova a risollevarsi con “L’Unicorno Arrapato”, ecco che viene contattato dall’artefice della chiusura di “Horsin’ Around”. Non solo: Angela propone la ristampa dei Blu Ray di “Horsin’ Around” in una versione che elimina le scene in cui è presente BoJack Horseman, che interrompe l’astinenza e entra nella sua vecchia casa (che nel frattempo è stata venduta ad una famiglia).
“The View From Halfway Down” (“Il Panorama a Metà Strada”), il penultimo episodio, è il più onirico, simbolico e al contempo didascalico di tutta la serie. Si svolge tutto nella mezz’ora in cui BoJack affoga, oramai privo di sensi, nella piscina della sua vecchia casa. Qui vede dialogare le figure più importanti della sua vita (Buttershotch Horseman con la sua ingombrante assenza, la figura paterna surrogata di Secretariat -morto suicida-, sua madre Beatrice, Sarah Lynn, Herb Kazzazz, Crakerjack e Courdroy Jackson Jackson) circa i più grandi conflitti morali che animano la sua vita, in una tensione tra la visione nichilista della vita ed una invece più dolce e meno estrema. A questi quesiti non viene data una risposta definitiva, tanto che BoJack impiega la penultima parte a sfuggire dall’inevitabile, forse nella speranza di venirne a capo. Alla fine, nella scena finale, si rassegna alla morte, consolandosi con la voce di Diane, accettando che il conflitto tra il nichilismo e la vita sia destinato a durare fino alla fine della vita stessa, fine ironicamente vicina. È solo avendo il coraggio di interrompere l’autoplay di Netflix che scopriamo che BoJack non è morto, e che se Secretariat è arrivato a vedere “il panorama a metà strada” durante la caduta che ne ha decretato la morte, BoJack ha potuto godere della stessa vista, ma con il privilegio di avere una seconda chance.
L’ultima puntata, il cui titolo è dedicato ad una frase di Todd (“è stato bello finché è durato”, facendo letteralmente esplodere la quarta parete), rappresenta proprio la seconda chance di BoJack Horseman, rinato dopo la morte (non più metaforica come quella descritta da Diane durante il mid-season finale) in veste differente, di individuo che finalmente decide di assumersi le responsabilità della sua vita. Tutti sono andati avanti, Todd vive oramai in un suo appartamento, Princess Carolyn si è sposata, Diane ha finalente trovato un equilibrio, mentre BoJack è rinchiuso letteralmente nell’ultimo limbo, la prigione. Stavolta, a differenza di tutte le altre volte, BoJack è però una persona diversa, migliore e più conscia, che ha finalmente smesso di cercare di risolvere il conflitto tra il nichilismo che dice che nulla ha valore e la vita, che non fa altro che chiederti il contro per gli errori che commetti lungo la strada. Il perfetto finale dolceamaro, il lieto fine di BoJack che finalmente ha trovato la soluzione all’esistenza e la tristezza di non averlo capito prima e che, comunque, non esiste consolazione all’insensatezza dell’esistenza. Bisogna soltanto accettarla così com’è e cercare di trarne il massimo.
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