Bojack Horseman e l’appropriazione culturale - Un fatto, delle opinioni, una confessione ed una riflessione

 


  • [...] but look, for a lot of people life is just one long, hard, kick in the urethra [...]

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  • My point is, I don’t understand how people live. It’s amazing to me that people wake up every morning and say “Yeah, another day, let’s do it!!!” How do people do it?

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Ok, la questione è questa: Bojack Horseman è probabilmente la migliore produzione Netflix di tutto il catalogo. Non è esente da difetti, certo, soprattutto verso la metà (principalmente le stagioni 3 e 4), ma è una di quelle che ne vanta il numero minore, ed è piaciuta ad un sacco di gente. Questo è fattuale. Da qui, in poi, invece, entriamo nel campo delle opinioni.

Non sono un psicologo e potrei peccare di imprecisione, ma voglio lasciare tutto molto colloquiale per virtù di comprensione.

Sono convinto che esistano due tipi di depressione: la depressione clinica è quella che viene definita “disturbo depressivo maggiore”, è una patologia terrificante che deve essere affrontata con l’aiuto di professionisti; poi c’è quella che a me piace definire “depressione emotiva”, ovvero una depressione più lieve per cui quello che fai normalmente è in media più difficile di quanto non lo sia per gli altri e la tua vita è permeata di una specie di tristezza esausta. Non stai male ma sono DAVVERO pochi i giorni in cui puoi dire di stare bene senza dover mentire. La parola che meglio definisce la maggior parte degli stati d’animo che vivi è meh.

In tutto ciò che concerne questo post ogni volta che parlerò di “depressione” mi riferirò alla depressione emotiva. La prima è una patologia grave e pericolosa per sé e per gli altri e non c’è modo in cui io possa enfatizzare abbastanza la necessità di rivolgersi ad un professionista nel caso di presenti.

Ora: è esistita per un po’ una discussione frivola circa Bojack Horseman, in cui si dibatte (come si fa al giorno d’oggi su internet: il dibattito è composto da due persone che la pensano diversamente e non interagiscono mai) se il protagonista fosse depresso o nichilista. La definisco una discussione frivola perché è possibile che Bojack fosse depresso proprio perché il suo essere nichilista lo ha condotto lì ma è altresì possibile che è proprio nella depressione che Bojack ha trovato il distacco necessario a maturare un credo nichilista, il che rende la diatriba assolutamente inutile. Non solo, la reputo anche superflua: Bojack non è una persona reale e nel suo essere sicuramente un collage di persone disilluse, è stato scritto come il personaggio che è.

Empatizzare con Bojack Horseman è particolarmente difficile principalmente per un paio di motivi: il primo è perché Bojack è sicuramente depresso, di una depressione a metà tra il primo ed il secondo tipo, probabilmente più il primo. È difficile perché è difficile vivere con le convinzioni di Bojack, ma senza il supporto di una persona che ha imparato a combattere i suoi demoni. Bojack è totalmente schiavo della sua emotività deviata dai suoi genitori che gli hanno messo in testa l’idea di essere un’autentica merda, del successo con cui ha provato a riempire il vuoto dentro di lui, e del diventare un’autentica merda non appena il sogno di Horsin’ Around si è avvicinato all’andare in frantumi. Il secondo motivo è perché gli autori lo pongono più volte in diretto contrasto con quello che farebbe lo spettatore medio: rubare la “D” di Hollywood, portare Sarah Lynn alla morte ed andare a letto con una minorenne sono cose che lo spettatore medio non farebbe. Sono azioni talmente orribili, sconsiderate, egocentriche, talmente sbagliate che allontanano lo spettatore. Raphael Bob-Waksberg ti mette una mano sulla spalla e con una gentile -insomma- spinta ti fa fare un passo indietro sussurrandoti: “Tu, spettatore, sei meglio di così”. E mentre TUTTI pensiamo stupiti e terrorizzati “oh, cazzo”, Waksberg ci impedisce di empatizzare con l’uomo cavallo, facendocelo vedere per ciò che è. Una merda.

Non solo: il viaggio di Bojack attraverso le sei stagioni è volutamente altalenante: l’alternarsi continuo di successo e autosabotaggio rendeva, nelle intenzioni degli autori, la serie potenzialmente infinita e ancora una volta pone la distanza tra Bojack e lo spettatore.

Per questo la mia visione delle sei stagioni per me è durata molto più tempo del dovuto. Ogni singola volta che Bojack si è autosabotato una parte del mio entusiasmo moriva e dovevo prendermi una pausa per poi ricominciare dopo un paio di settimane. Per me è stato letteralmente faticoso arrivare fino alla prima puntata della sesta stagione perché io stesso tendo all’autosabotaggio. Immagino che l’aver smesso di pubblicizzare il blog ne sia un indizio, così come ce ne sarebbero a decine nella mia vita: non partecipo mai a sfide di calligrafia su Instagram o a concorsi letterari di nessun tipo, mi evito di scrivere tutti i giorni per poter addurre la scusa di non avere tempo e via così, fino ad ogni più piccola cosa.

Perché io sono convinto di essere un depresso del secondo tipo, perché la mia convinzione è davvero che la vita, in fin dei conti, sia solo un lungo, forte, immotivato calcio nell’uretra da quando ho iniziato a nutrire delle convinzioni su cui poter apporre la mia personale proprietà intellettuale. Tra i sedici ed i ventitré anni sono stato convinto che le emozioni sono un peso e che la vita senza il peso delle emozioni sarebbe stata senz’altro più sopportabile. Vuota, ma sopportabile. Poi ho incontrato qualcuno per cui valesse la pena nutrire delle emozioni, ho incontrato qualcuno la cui sola esistenza ha il potere di giustificare qualsiasi calcio in qualsiasi parte del corpo per quanto lungo, forte e immotivato. Il problema è che, nonostante Lei, ne sono ancora convinto. Il problema è che non sono mai stato capace di alzarmi dal letto e pensare “Evvai, un’altra giornata comincia!”. Sono passato dal maledire ogni mattina il sorgere del sole a contemplarlo con distacco, accettandolo come la penitenza per poter godere della Sua presenza (sua di Lei, perché sono profondamente agnostico). Una persona con cui ho condiviso il luogo di lavoro mi ha chiesto se non mi sentissi ipocrita a continuare a vivere con questa convinzione, le ho risposto che vivere è quello che ho fatto per ventisei anni, è letteralmente l’unica cosa che so fare e, già che sono Qui, tanto vale cercare di trarre il più possibile da ogni cosa. Questo è l’unico motivo per cui amo il cinema, la letteratura, la musica, le passeggiate nei parchi e l’autunno. La Bellezza e l’Amore (verso e da Lei, non l’amore generico dei gioccolatini) sono letteralmente le uniche cose che mi tengono attaccato alla vita terrena. Senza, per me, tra l’esser vivi e l’esser morti non ci sarebbe nessunissima differenza.

E se qualcuno di voi sta pensando: oh, ma poverino, dev’esser stato difficile, vi prego, non pensatelo. Gioite di non sapere cosa significhi essere depressi di nessun tipo, gioite del riuscire ad accettare la vita così com’è: varia e vana.

Quando ho finito di vedere Bojack Horseman ho pensato che fosse davvero una serie strabiliante, mentre mi chiedevo -e ancora mi chiedo- come fosse possibile che ci fosse della gente che si immedesima, che empatizza, con il protagonista. Mi sono incazzato perché voi che non vi siete mai svegliati con la voglia di sparire dal mondo, voi che non vi siete mai trovati distesi a terra senza la forza di alzarvi, voi che non avete mai avuto l’alcol come unico motivo per uscire di casa per un periodo consistente, voi che non avete mai pensato a quale folle insensatezza la vita sia ma vi limitate a ripetere “che ansia” o “maiunagioia” o “la vita è una merda”, voi che non avete mai pensato che al vostro funerale non sarebbe venuto nessuno, voi che non avete MAI cullato l’idea di mandare a fanculo la giostra folle che è la vita, voi non avete il diritto di empatizzare con quel relitto di individuo che è Bojack Horseman. Non ne avete il diritto se avete tutta la serotonina al posto giusto, non ne avete il diritto se potevate scegliere tra l’essere tristi e l’essere felici e avete scientemente scelto di essere tristi perché essere tristi fa follower. Non avete il diritto di sentirvi chiamati in causa e di sfoggiare le vostre belle citazioni sui social e le immagini di profilo e che so io.

Io non ho scelto di essere depresso e voi non avete scelto di non esserlo, e prendermela con voi non è giusto. Quello che posso fare, e che in realtà ho sempre fatto a parte il paio di giorni intorno alla visione dell’ultimo episodio di Bojack Horseman, è augurarvi ogni bene del mondo, e che la vita vi sia lieve perché, e ora sì che voglio i vostri applausi e la vostra riconoscenza, se qualcuno deve sopportare il peso della vita voglio che a farlo siamo io e coloro che sono come me, perché ci alleniamo da tutta la vita e siamo diventati piuttosto bravi.

E se volete immedesimarvi in Bojack Horseman perché vi piace, tutto sommato va bene così, ciò che è esotico (ἐξωτικός, straniero) ci attira sempre. Alla fine non state danneggiando né la libertà né la vita di nessuno e Bojack Horseman, oltre ad essere un personaggio orribile ma scritto incredibilmente bene, è davvero una bella serie.

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